Storia di Obelix (e di una cinofila ribelle)

Storia di Obelix (e di una cinofila ribelle)

Avevo 23 anni, una laurea in cinofilia fresca fresca e tanta voglia di imparare, quando ho iniziato a praticare attività sportiva con Obelix, il mio Terranova. Non sapevo niente del mondo al quale mi stavo per affacciare, il mio piccolo bagaglio pregresso univa la passione di una qualsiasi proprietaria di cani a tanta, forse troppa, teoria studiata sui banchi dell’Università.

Ho avuto cani di ogni foggia, colore, taglia, tipo. Ognuno di loro mi ha lasciato qualcosa, ma con Obelix è stato diverso. Chi ha o ha avuto un Terranova, forse mi può capire: sono cani capaci di fare qualsiasi cosa, intelligenti e scaltri. Se gli dai un comando e non lo eseguono non è che non hanno capito, è che non gliene frega niente di farlo. Tranne in acqua. In acqua è diverso, subentra un meccanismo atavico – soprattutto nei cani più istintivi come il mio – dove sembra che il cervello vada in “modalità off”: l’attivazione (o arousal, come preferite) sale a dismisura, il cane inizia a tirare come un forsennato e a te conduttore spetta il compito di gestirlo.

Se non sei in grado, il cane è disubbidiente, tu non sei un buon leader, devi imparare a contenerlo. Non giocarci! I cani da lavoro non giocano. Non farlo camminare troppo! I Terranova non devono camminare, devono nuotare.

Ho accettato questi dogmi per anni, senza mai chiedere da dove provenissero queste certezze, se c’erano stati fatti degli studi, se qualcuno aveva mai provato a lavorare diversamente. Sì, fu la risposta all’ultima domanda. Scoprii che chi la pensava diversamente, ben presto veniva allontanato o comunque messo in condizione di farlo.

Andando in giro per gare in tutta Italia (talvolta anche all’estero), mi resi conto che erano davvero in pochi a non pensarla così. La competizione sportiva cinofila non è poi così diversa dalla competizione sportiva “umana”: se ottieni dei buoni risultati, a chi importano i metodi con i quali li hai ottenuti?

Bè, a me importava. Il mio Obelix cresceva a dismisura, quando compì 11 mesi, io ero incinta di 9. E’ sempre stato un’entusiasta, un giocherellone, un cane con la stazza di un Terranova e lo spirito di un Boxer. Così iniziò la fase di contenimento. Il guinzaglio sempre più corto, il collare sempre più stretto: nessun maschio poteva avvicinarsi, tanto più se giovane e intero. Obelix mostrava segni di intolleranza già a diversi metri di distanza, capitarono le prime risse fortuite con alcuni Retriever, così lui inizio a generalizzare. Abbaiava furiosamente a qualsiasi cane giallo vedesse in lontananza!

A livello sportivo però, dava ottimi risultati, questo mi portò a continuare con l’attività per ben 8 anni. Arrivavano sempre più cani, il gruppo si allargava e Obelix cresceva a dismisura; ogni qualvolta scoprivo che il nuovo arrivato era un maschio, mi sentivo morire. Il guinzaglio sempre più corto, il collare sempre più stretto. E quando mi azzardavo a controbattere, ero circondata da sguardi di dissenso. Esattamente come io avrei dovuto essere il leader del mio cane (ed evidentemente non ci riuscivo), avrei dovuto accettare che qualcun altro fosse il mio leader (ed evidentemente non ci riuscivo). Obelix nel frattempo vinceva le gare, gli esercizi si facevano sempre più complessi e talvolta lui non eseguiva come avrebbe dovuto. Iniziò così la fase esplicitamente coercitiva, se non veniva lo dovevo tirare, se si ribellava lo dovevo strattonare, se ringhiava agli altri cani lo dovevo sottomettere con la manovra alpharoll (e vi giuro che su questa andai zitta zitta a cercare il significiato su wikipedia, perché non avevo idea di cosa volesse dire). Avete mai provato a mettere a pancia all’insù un cane Terranova? E’ la cosa più tollerata e contemporaneamente più vicina alla violenza che si possa fare con un cane di questa razza. Ti guarda con quegli occhi dolci e quell’aria tenera da orso, quasi a volerti chiedere “ma perché non mi capisci?”.

E un giorno improvvisamente capii. Mi trovavo su un gommone assieme al figurante, eravamo in pochi quel giorno. Lui avrebbe dovuto buttarsi, io sarei rimasta sul gommone e Obelix si sarebbe lanciato per recuperarlo. Era un esercizio che al mio cane proprio non andava giù. Che gl’importava di buttarsi dietro ad uno sconosciuto quando poteva starsene serenamente sulla barca insieme alla sua amata padrona? Effettivamente tutti i torti non li aveva. Ma tant’è, l’esercizio andava svolto. Così io avevo l’onere di “caricare” il cane, fomentarlo, esortarlo a dismisura, urlare, battere i palmi sul gommone, fare qualsiasi cosa che potesse essere utile per alzare il suo livello di adrenalina. E così feci. Peccato però che Obelix reagì a dismisura, agguantando il povero figurante in aria che non aveva ancora toccato l’acqua, causandoli una ferita su una coscia da 5 punti di sutura. Menomale che la muta da 5 millimetri aveva reso l’incidente poco più di una bambinata. Io da parte mia, ero mortificata. Non riuscivo a farmene una ragione.

“Ma come hai fatto?”, “Perché non l’hai tenuto?”, “Vedi che non ce la fai?”, “Dovevi prenderti una femmina, sono più docili!”, “Ha mai pensato ad un Labrador o ad un Golden?”


Iniziai ad osservare il mio cane, dentro e fuori dall’acqua. Cercando di cancellare qualsiasi cosa avessi letto sui libri o avessi sentito con le mie orecchie, lo guardavo come se fosse stato un alieno appena sbarcato dalla luna.
A casa e lontano dalla spiaggia, Obelix era un cane di una docilità incredibile. Andava d’accordo con le persone estranee, con i bambini, con i gatti, ma era lui che decideva. Era lui, che di sua spontanea volontà si avvicinava, altrimenti gradiva solo la presenza costante della sua famiglia, cioè noi. Ben presto mi resi conto che c’era un problema di distanza, la cosiddetta prossemica, che nel tempo si era acutizzato, reso impossibile da gestire per l’accorciamento sempre più drastico del guinzaglio. Obelix manifestava segni di disagio, e come se li manifestava! Ma io ero talmente concentrata a strattonarlo appena osava ribellarsi, come avrei potuto accorgermene?
La tracheite frequente, forse un segno? Ma come distinguerla da una frescata, magari presa proprio nell’acqua di mare o di lago? Ormai poco importa, la storia non si cambia. Però si può cambiare quella di qualcun altro.
Non starò a dirvi quello che penso del metodo coercitivo e del collare a strozzo, penso che non importi a nessuno, e comunque credo lo si percepisca benissimo da questo racconto. Non ho letto libri o ricerche scientifiche sull’argomento, mi basta averlo vissuto sulla mia pelle. Non starò nemmeno a riproporvi l’eterna lotta tra il collare e la pettorina, sono discorsi fini a se stessi che non portano mai a niente. Quello che farò è rivolgermi ai proprietari e ai giovani educatori e istruttori, quelli che iniziano adesso, che escono freschi dagli studi, che sono il futuro della cinofilia e non vedono l’ora di imparare a stare sul campo. Siate sempre curiosi, vigili, attenti, non smettete mai di osservare i cani. Guardateli quando sono legati e ancor di più quando sono liberi, cercate di carpire le loro emozioni e i loro stati d’animo, come questi diventano palesi attraverso le posture, i loro segnali, i loro atteggiamenti. Lasciateli liberi di esprimersi, di essere se stessi, di essere cani, semplicemente. E non vi fidate di chi cerca di trasmettervi solo dei dogmi, di chi non fa appello alla scienza, alla ricerca, a chi ancora crede che si possa giustificare qualsiasi violenza solo perché sono animali e prima di tutto conoscono il linguaggio dei conspecifici. Certo, è indubbio che mamma lupa metta i cuccioli a pancia all’insù quando esagerano o li scrolli dalla collottola quando vuole sgridarli, ma davvero pensiamo che i nostri cani siano così ottusi da non capire che noi non apparteniamo alla stessa specie? Anch’io – che appartengo alla generazione degli anni ’80 – mi sono vista lanciare diversi zoccoli dalla mamma dietro alla famosa frase “vieni qua che non ti faccio niente”, ma questo non significa che l’avrei accettato dalla mia insegnante o dal mio datore di lavoro, anche se nella nostra società sono superiori in termini gerarchici, non vi pare?

Vi dirò com’è andata a finire. Nel 2016 ho smesso con questo tipo di attività sportiva e Obelix sta benissimo. Ha quasi 13 anni e fa la vita da Principe. Sì è molto calmato (complice l’età), esce con la pettorina e la lunghina, spesso e volentieri lo libero. E osservandolo in questa nuova veste, ho scoperto che ha molte più competenze comunicative di quello che credevo, è lui che decide, è lui che evita, è lui che si avvicina. Avrei potuto continuare a coercirlo e contenerlo per sempre, ma non avrei mai scoperto la sua vera personalità. Esattamente come potremmo crescere i nostri figli tenendoli mano nella mano senza mai farli cadere, senza mai farli rischiare, senza mai farli esplorare, potremmo farlo con i nostri cani. Ma che tipo di adulti sarebbero un domani? Avrebbero le competenze per affrontare la vita e il mondo esterno? Sarebbero in grado di comunicare le loro esigenze, i loro bisogni, la loro presenza? No, credo di no. E allora, da qualsiasi parte stiate, fate come me, siate dei cinofili ribelli.

Sempre.

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